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Io non mi chiamo Miriam
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Axelsson, Majgull

Io non mi chiamo Miriam

Milano : Iperborea, 2016

Abstract: "Io non mi chiamo Miriam", dice di colpo un'elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant'anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l'Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d'Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'"altro" interrogandosi sull'identità - etnica, culturale, ma soprattutto personale - e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all'erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.

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«Io non mi chiamo Miriam» dice.
Quella che le sfugge è una verità nascosta per settant’anni. Oggi è una signora svedese di ottantacinque anni, benestante, con un figlio, una nuora, una nipote e un bisnipote..Eppure non è sempre stato così.
Miriam svela che non sempre ha avuto questo nome, non era ebrea come si è spacciata dopo i campi di concentramento. È nata rom, per istinto di sopravvivenza ha preso i vestiti di una ragazza che non ce l'aveva fatta, Miriam Goldberg ed ecco che Malika, diventa Miriam e inizia a vivere una vita che non è la sua impossibilitata a dire la verità perchè in Svezia i rom non erano ben accolti, nemmeno dopo i campi di concentramento. Un racconto che non manca di sottolineare la brutalità con cui venivano trattate le prigioniere, le disparità tra ebree, polacche, yiddish e rom. Quest'ultimi sono stati dei grandi ossi duri per le SS (emblematica è la storia del pugile Rukeli, l'unico rom deportato di cui conoscevo la storia prima di questo libro e che invito tutti a scoprire). La narrazione è coinvolgente, il lettore viene preso dalla smania di sapere che cosa sia capitato a Miriam e il racconto ha un ritmo alto e una certa suspense nei momenti in cui Miriam torna al presente che serve da trampolino per un nuovo capitolo della sua vita.
Ci sono cose che non puoi dire, compassione che non puoi suscitare, se sei della razza sbagliata .

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